Il Ninfeo dell'Uccelliera a Villa Celimontana

gennaio 14, 2020

Quando nella seconda metà del XVI secolo Ciriaco Mattei decise di trasformare una semplice vigna sulle pendici del Celio in una splendida villa, a Roma si respirava un clima di magnificenza. Discendente di un’antica e nobile famiglia, anche il duca partecipa alla corsa, insieme a cardinali, papi e aristocratici, per assicurarsi un luogo privilegiato per lo svago e l’ozio letterario sulle alture appena fuori dal centro abitato. Era, a quei tempi, un modo per affermare il proprio status e i proprietari non badavano a spese per farsi costruire dimore “di campagna”, dove richiamare tutto il lusso dei palazzi di città. Per questo, si avvalevano, in genere, del talento dei migliori artisti in circolazione. Cosi nacque Villa Celimontana, in origine chiamata Mattei, dal nome dei primi proprietari. 
Incaricato dell’opera fu l’architetto e scultore Giacomo del Duca, discepolo e collaboratore di Michelangelo, già impegnato nella sistemazione di villa Silvestri presso il Colosseo e degli Orti Farnesiani sulle pendici del Palatino. E, grandissima, c’era da aspettarselo, fu subito la fama del luogo. Il Casino nobile venne inoltre arricchito all'interno dagli affreschi di Andrea Lilli e Andrea Sacchi e i giardini, decorati con pianti pregiate, labirinti e fontane scenografiche. 
Ciononostante, quello che negli anni attirò sempre più la curiosità dei visitatori fu, in realtà, la preziosa raccolta di reperti archeologici d’epoca romana, elegantemente sparsa per tutto il parco, a confondersi con la vegetazione.
Statue, are e colonne, molte delle quali rinvenute sul posto durante gli scavi, divennero oggetto di studio da parte degli intellettuali del tempo e fecero del luogo una delle mete obbligate di visita e sosta di numerosi artisti e personaggi della buona società. Ancora oggi, anche se in uno stato piuttosto precario, si può ammirare il pezzo più celebre dell’antica collezione. Si tratta dell’obelisco egizio di Ramsete II, gemello di quello di Piaza della Rotonda al Pantheon, donato a Ciriaco Mattei dal Senato di Roma nel 1528.
Nonostante le sue dimensioni, non è proprio facile scorgerlo, perché quasi del tutto mimetizzato in un boschetto di lecci e pini a sinistra del viale d’ingresso. Un aneddoto rivela che durante la sua sistemazione le corde che lo sostenevano cedettero, stritolando a un povero operaio mani e parte di un braccio che, amputate, restarono lì, sotto il pesante monolite. Sebbene il marmo giochi ancora un ruolo importante nella decorazione del parco, le sculture più belle sono oggi custodite al Vaticano, perché vendute già alla fine del Settecento da Giuseppe Mattei. Esse andarono a costituire il primo nucleo del Museo Pio Clementino. Estinta la casata, all'inizio dell’Ottocento, la villa passò di proprietà all'arciduchessa Marianna d’Austria, quindi, al principe Manuel Godoy, ministro di Carlo IV di Spagna, che fece eseguire alcuni scavi in cui si rinvennero due preziosi pavimenti in mosaico ancora conservati nell'edificio.
L’ultimo padrone, il barone bavarese Riccardo Hoffmann, si vide confiscare la proprietà dallo Stato italiano come bene ex nemico a seguito della guerra del 1915-18. A lui, si deve il pittoresco tempietto neogotico, felice oasi d’ombra in uno dei parchi pubblici più affascinanti della città. 
Con la legge del 18 marzo 1926 lo Stato italiano cedette al Comune di Roma, in uso perpetuo, Villa Mattei Celimontana, limitatamente all’area del parco, mentre il palazzo fu destinato a divenire la sede della Società Geografica Italiana. Il 1 ottobre 1926 la villa fu aperta al pubblico. 
All'interno della villa è possibile visitare, previa prenotazione, il Ninfeo dell’Uccelliera, ambiente sotterraneo vivacemente ornato che rappresenta oggi uno dei pochi elementi sopravvissuti dell’assetto originario della Villa Mattei. La sua realizzazione risale ai lavori di sistemazione delle pendici occidentali del giardino, eseguiti tra il 1585 e il 1590. 
In seguito, a causa di rimaneggiamenti del muro di sostegno del terrazzamento superiore e di problemi strutturali e statici, fu eliminata qualsiasi traccia del prospetto esterno del ninfeo che venne quindi murato nella seconda metà dell’Ottocento. Riscoperto fortuitamente durante dei lavori per una conduttura d’acqua, è stato di recente restaurato e reso praticabile al pubblico, ripristinando l’antico accesso nel muro di sostruzione. 
Lo spazio è composto da una gradonata, che sale dal livello del viale a metà circa del muro di sostegno e da una camera semicircolare. La scala corre parallela al muro e presenta, all'attacco inferiore, un ambiente d’accesso decorato   da   mosaico   pavimentale   in   tessere   di   marmo   di   vari colori raffigurante un’aquila, simbolo araldico della famiglia Mattei. 
Giunge poi, al livello superiore, fino a un pianerottolo decorato da un mosaico pavimentale in tessere di marmo di vari colori a imitazione dei tavoli realizzati con mosaici di pietre pregiate di gran voga a Roma nella seconda metà del Cinquecento.
Qui   si   apre   un   ninfeo   absidato, ingentilito, nella   parte inferiore, da decorazioni a tartari, con scaglie di marmo, cubetti di pomice e concrezioni calcaree; nella parte superiore da moduli geometrici e motivi a grottesche, caratterizzati da vivaci colorazioni ottenute mediante triturazioni di marmi colorati impastate a intonaco dipinto, il tutto arricchito da conchiglie di vario genere. Lungo il perimetro dell’abside, una volta funzionante come fontana, sono posti graziosi sediletti in muratura ricoperti di peperino.

(Gabriella Serio - I tesori nascosti di Roma)

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