Lacus Curtius

marzo 15, 2020

Galleria Borghese - Marzio Curzio che si getta nella voragine (Cavallo antico II sec. d.C. e cavaliere di Pietro Bernini del 1618) 

Molti dei luoghi più curiosi della Città Eterna passano ai più totalmente inosservati. Il motivo è presto detto, il romano è talmente abituato alla bellezza della sua città che in genere non sospetta che altri possano avere un bagaglio di nozioni fermo ad Asterix e Obelix. Questa la versione aulica, la verita è, temo, che gli italiani ancora non hanno capito cosa sia la valorizzazione dei Beni Culturali, circostanza tra le altre che fa sì che i pannelli esplicativi siano rari e il più delle volte di una noia mortale… Fatto sta che spesso i visitatori sfiorano la Storia, senza vederla, senza toccarla. Succede così anche nel cuore di Foro Romano. Qui si trova il luogo un tempo occupato dal cosiddetto Lacus Curtius, lo riconoscete perché è il sito cui tutti danno le spalle guardando la basilica Giulia. Si tratta di un’area trapezoidale pavimentata posta ai piedi delle colonne onorarie, in cui si distingue la copia (l’originale è nel Tabularium, nei Musei Capitolini) di un rilievo raffigurante un cavaliere che si tuffa in un lago, con a fianco una tettoia moderna sotto la quale si trova una struttura circolare. Di cosa si tratta? Le fonti antiche non ne erano certe e ci forniscono tre differenti versioni. 


Secondo la prima questo era il luogo in cui un tempo si trovava un lacus (ma sarebbe meglio dire una palude), nel quale cadde con il suo cavallo il sabino Mezio Curzio durante lo scontro che seguì il Ratto delle Sabine. Mezio si salvò, con o senza il suo cavallo. Un’altra versione vi vedeva un luogo reso sacro dalla caduta di un fulmine e monumentalizzato alla metà del V secolo a.C. da Gaio Curzio Filone. Terza versione, la mia preferita, è legata a un misterioso prodigio. Siamo nel 362 a.C. e, “forse a seguito di una scolla tellurica, forse a causa di qualche altra forza”, nel Foro si spalancò una voragine apparentemente senza fondo. I Romani si affrettarono a gettarvi dentro quanto più terra possibile, ma essa sembrava non riempirsi mai. Gli indovini dichiararono allora che si sarebbe richiusa solo sacrificando in quel luogo ciò che Roma aveva di più prezioso. Mentre i più si chiedevano di cosa si trattasse, si fece avanti il giovane Marco Curzio e affermò che la risposta era ovvia: le armi e la virtù. Nel silenzio generale il giovane si votò allora agli dèi e senza esitare si precipitò armato di tutto punto nel baratro. Dietro di lui i cittadini ammirati gettarono doni e frutti. Certo anche Livio, che racconta l’episodio, afferma che potrebbe trattarsi di una fabula, ma a lui, come a me, quest’ultima versione piace di più.

(Flavia Calisti – Alla scoperta dei segreti perduti di Roma)


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