L'Area Sacra di Largo Argentina

aprile 02, 2020


L’area sacra di Largo Argentina potrebbe benissimo essere ribattezzata l’area strana di largo Argentina perché andando a curiosare nella storia di questo luogo le stranezze sono davvero tante, sovrapposte e spesso fuorvianti. Il primo e più frequente malinteso riguarda proprio il toponimo: largo Argentina… precisiamo subito che l’Argentina, il paese sudamericano, la patria di Che Guevara e del tango non c’entra proprio niente. C’entra piuttosto, per assurdo, Strasburgo o meglio il suo antico nome: Argentoratum. Era la città d’origine di Johannes Burkardt, noto a Roma più semplicemente come Giovanni Burcardo, maestro di cerimonie del papa, anzi di ben cinque papi, sul finire del Quattrocento. Il prelato annotò diligentemente sul suo diario tutte le cerimonie papali a cui aveva assistito e altrettanto scrupolosamente appuntò, e quindi spifferò, fatti e risvolti della vita privata dei pontefici (in particolare Alessandro VI Borgia gli fornì numerosi spunti intriganti). In onore della sua città natale, Burcardo chiamò “argentina” la torre del suo palazzo in via del Sudario.
Ad essere precisi, infatti, il toponimo corretto della piazza è proprio Largo di Torre Argentina, ma i romani non vanno troppo per il sottile e abbreviano in largo Argentina. Ora andiamo avanti nel tempo per tornare ancora più indietro. Alla fine degli anni Venti del Novecento, durante i lavori per demolire il vecchio quartiere medievale che sorgeva sull'area e fare spazio alla costruzione di nuovi edifici (siamo in pieno periodo “sfascista” quando sventrare interi quartieri era all'ordine del giorno: via dei Fori Imperiali e piazza Venezia ne sono un esempio eclatante e vicino), venne alla luce un antico complesso archeologico che comprendeva i resti di quattro templi d’epoca repubblicana. Inspiegabilmente, e questa è davvero una stranezza, si decise di non ricoprire il sito archeologico risparmiando così i quattro templi, ovvero l’area sacra. La loro dedica è incerta: il più antico, risalente al IV-III secolo a.C. era probabilmente dedicato a Feronia, un’antica divinità sabino, un altro ai Lari Permarini, uno a Giuturna, mentre quello circolare alla Fortuna del Giorno Presente. 
Gli scavi, interrotti durante la Seconda Guerra Mondiale e ripresi definitivamente negli anni Sessanta, portarono alla luce anche i resti di un basamento in tufo appartenenti alla curia di Pompeo, il luogo dove si consumò l’assassinio di Giulio Cesare: erano le idi di marzo del 44 a.C. e le sorti di Roma e del mondo cambiarono inaspettatamente. La curia faceva parte dei magnifici portici di Pompeo, un centro polifunzionale che offriva ai cittadini ogni tipo di svago. Comprendevano un teatro – il primo stabile di Roma – enorme e riccamente decorato e un ampio quadriportico organizzato intorno a un giardino lussureggiante, particolarmente frequentato durante l’estate per il refrigerio garantito da viali alberati e numerose fontane. I portici erano abbelliti con capolavori dell’arte greca, sculture, dipinti, perfino tappeti d’oro e ospitavano anche una sorta di mercato coperto con tanti negozi per lo shopping. E poi c’era la curia, dove Giulio Cesare fu ucciso. 
Ufficialmente il Senato si riuniva nella Curia Julia, al Foro romano, ma dato che nel marzo del 44 era chiusa per lavori, i senatori usavano temporaneamente la curia di Pompeo. Secondo i racconti Cesari morì trafitto da ventitrè colpi di pugnale ai piedi della colossale statua del suo acerrimo nemico. La presunta statua di Pompeo, ritrovata alla metà del Cinquecento in via dei Leutari è esposta in una delle sale del vicino Palazzo Spada, anche se probabilmente raffigura un ignoto e austero nobile romano.
In seguito all’assassinio, Augusto, figlio adottivo e vendicatore di Cesare, fece murare la curia definendola Locus Sceleratus. Trovo quantomeno beffardo che dei magnifici e super attrezzati portici di Pompeo e di questo Locus Sceleratus, dove si è scritta con il sangue e il tradimento una pagina fondamentale della storia di Roma, siano rimasti praticamente solo i bagni. Alle spalle dei quattro templi, infatti, addossati e seminascosti lungo la parete che costeggia la facciata del teatro Argentina, spuntano i resti di una grande forica in marmo, una toilette pubblica, che faceva parte dei portici di Pompeo. Sporgendosi dalla balaustra, tra i ciuffi d’erba incolta, si può vedere la seduta collettiva (i Romani erano molto informali ed espletavano le proprie funzioni corporali tutti insieme, chiacchierando e facendo public relations). 
Fieri protagonisti dell’Area Sacra, non sono solo i resti dei quattro templi di epoca repubblicana, né quel che rimane dei portici di Pompeo, né il ricordo delle Idi di Marzo e di Giulio Cesare (considerando che la maggioranza delle persone ignora che proprio qui si sia consumato il celebre assassinio), perché a distogliere l’attenzione da tutto questo e a calamitare la simpatia di passanti e curiosi sono sempre loro: i gatti dell’Area Sacra. Tanti gatti, una vera e propria colonia, tirata su e coccolata nel corso degli anni da schiere di “gattare” così devote alla causa che è nata un’associazione di volontari che si occupa ufficialmente degli inquilini pelosi, sfamandoli, vaccinandoli, sterilizzandoli e spesso trovandogli una famiglia e un posto caldo.


(Giulia Fiore Coltellacci - I luoghi e le storie più strane di Roma)

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