14° ITINERARIO - RIONE VIII S. EUSTACHIO (SECONDA PARTE)
febbraio 09, 2024
Totale percorso km. 2 circa questa la mappa
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Panorama dall'alto del rione S. Eustachio con la magnifica cupola di Sant'Ivo alla Sapienza |
Per la seconda parte del nostro
itinerario alla scoperta del rione S. Eustachio, partiamo dalla piazza omonima,
già descritta nella prima parte, così cogliamo l’occasione per gustarci
un altro buon caffè. Ora prendiamo la via a destra, guardando la chiesa, Via di
Sant'Eustachio. È piuttosto uno slargo, occupato al centro da un parcheggio per
le macchine, con la facciata laterale della chiesa ricoperta dall'edera e
addossate alla quale sono state posizionate due colonne monolitiche di granito
appartenenti alle antiche Terme Neroniane o Alessandrine.
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Le Colonne delle Terme Neroniane |
Queste terme
furono edificate da Nerone (54-68 d.C.) e riedificate poi da Alessandro Severo
ed occupavano l’area compresa tra le attuali via delle Coppelle, piazza del
Pantheon, Salita dei Crescenzi, corso Rinascimento. Costituiscono l’esempio più
antico di “Grandi terme”, quelle cioè organizzate secondo la disposizione
simmetrica delle aule minori rispetto al corpo centrale, costituito da
tepidarium, caldarium e frigidarium. Purtroppo, oltre a queste due colonne, di
queste terme restano solo le altre due colonne, utilizzate nel pronao del
Pantheon, nel 1666, a sostituzione di due colonne mancanti, la colonna di granito
rosa che fu collocata, nel 1896, davanti alla Breccia di Porta Pia e alcuni
avanzi, che si trovano al di sotto di Palazzo Madama, palazzo Giustiniani e
palazzo Mazzetti di Pietralata, che avremo modo di vedere più avanti. Dalla
parte opposta alle colonne si trova il palazzo Melchiorri Aldobrandini,
dal nome dei due proprietari a cui appartenne: monsignor Girolamo Melchiorri
che lo fece edificare nella seconda metà del Cinquecento e Camillo Aldobrandini
che lo acquistò nel 1866, ma pochi anni dopo, nel 1873, divenne proprietà
comunale ed ora è sede di una scuola elementare. Il bel portale presenta
protomi leonine e pulvini decorati con bastone orizzontale, stemma dei
Melchiorri. In cima alla via giro a sinistra sulla Salita dei Crescenzi,
costeggio la facciata laterale di palazzo Giustiniani e arrivo in via
della Dogana Vecchia, dove apre il meraviglioso portale di Francesco Borromini.
La costruzione risale alla seconda metà del Cinquecento, ad opera probabilmente
dei Fratelli Fontana, per il monsignor Pietro Vento che, nel 1590, lo vendette
ai Giustiniani, una potente famiglia di Genova. Per l’ampliamento del palazzo
si seguì un progetto di Francesco Borromini, anche se i lavori terminarono
dieci anni dopo la morte dell’architetto. Attualmente il palazzo è sede della
Presidenza del Senato e al suo interno, in una sala detta per l’appunto della
Costituzione, il 27 dicembre 1947 fu firmata la Costituzione della Repubblica
Italiana. La facciata presenta finestre architravate al primo piano, riquadrate
al secondo e incorniciate al terzo; il cornicione è decorato con i simboli
araldici relativi ai vari proprietari che si sono susseguiti: ci sono aquile,
gigli, torri e leoni. Il portale, come già detto, è del Borromini, ad arco fra
due colonne e sormontato da un balcone. Poco più avanti, dalla parte opposta,
troviamo la facciata della chiesa di San Luigi dei Francesi, chiesa
della comunità francese iniziata nel 1518 e terminata nel 1589 da Domenico
Fontana su progetto di Giacomo Della Porta.
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Portale Palazzo Melchiorri Aldobrandini e Portale Palazzo Giustiniani |
Già dalla facciata si percepisce
l’esaltazione della nazione francese con le statue di Carlo Magno, San Luigi,
Santa Clotilde e San Giovanni di Volois. Indubbiamente la fama della chiesa è
dovuta alla cappella Contarelli e al suo contenuto: tre capolavori del
Caravaggio e cioè il Martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e San
Matteo e l’angelo.
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La Cappella Contarelli |
La prima tela realizzata è il Martirio di San Matteo dove
il Santo, circondato da una folla inorridita, fra cui, forse, anche un
autoritratto dello stesso Caravaggio, è sopraffatto da un soldato etiope, che
vuole impedirgli l’opera di proselitismo; da una nuvola un angelo gli porge la
palma, simbolo del martirio.
La Vocazione di Matteo rappresenta la chiamata di Gesù, accompagnato da san Pietro e dal fascio di luce “divina” che indica Matteo, esattore delle tasse, intento a contare i soldi, che abbandonerà tutto per seguirlo. E straordinario il realismo di questa scena, rappresentata come un momento di vita reale, in un ambiente che poteva essere una taverna nella Roma di quel periodo.
San Matteo e l’angelo rappresentò
per il Caravaggio una delusione, perché il suo primo lavoro, fu rifiutato, per
l’eccessivo realismo. San Matteo era rappresentato in modo indegno: come un
anziano semianalfabeta che scriveva sotto la dettatura dell’angelo, con i piedi
grossi e callosi che sporgevano verso lo spettatore. Purtroppo, quest’opera è
andata perduta a Berlino, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella seconda
versione del dipinto, Matteo è rappresentato sempre nell'atto di comporre il
suo Vangelo, con l'angelo che fornisce dei suggerimenti, ma molto più decoroso,
se non fosse che lo sgabello su cui poggia il Santo, a guardarlo bene, ha perso
l’appoggio con la sua parte anteriore e il Santo sembra sul punto di
precipitare: forse, una piccola rivincita del geniale artista.
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Caravaggio - Il Martirio di San Matteo |
La Vocazione di Matteo rappresenta la chiamata di Gesù, accompagnato da san Pietro e dal fascio di luce “divina” che indica Matteo, esattore delle tasse, intento a contare i soldi, che abbandonerà tutto per seguirlo. E straordinario il realismo di questa scena, rappresentata come un momento di vita reale, in un ambiente che poteva essere una taverna nella Roma di quel periodo.
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Caravaggio - La Vocazione di Matteo |
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Caravaggio - San Matteo e l'Angelo |
Il nome
della cappella deriva dal cardinale Mathieu Cointrel, in italiano Contarelli,
colui che commissionò le opere al Caravaggio. La notorietà di queste opere,
però, non deve mettere in secondo piano altri importanti capolavori che la
chiesa possiede, spesso ignorati, invece, dai turisti. Nella navata di destra,
la seconda cappella è affrescata con le Storie di Santa Cecilia del
Domenichino, mentre sull'altare si trova una copia, di Guido Reni, della Santa
Cecilia di Raffaello.
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ai lati: Domenichino - Storie di Santa Cecilia - al centro: Guido Reni - Santa Cecilia (copia della Santa Cecilia di Raffaello) |
Infine, uno sguardo al meraviglioso soffitto e, voltandosi per uscire, la solita grande
sorpresa dell’organo a canne, in questo caso, un vero gioiello, costruito da
Joseph Merklin nel 1881.
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Chiesa San Luigi dei Francesi - Soffitto e Organo |
Di fronte alla Chiesa vi sono due palazzi
cinquecenteschi. Il primo è il cosiddetto Palazzo degli Stabilimenti
Spagnoli, perché destinato ad accogliere i pellegrini spagnoli a Roma, ora
proprietà del Senato della Repubblica Italiana; il secondo, invece è Palazzo
Patrizi, che passato di proprietà da Alfonsina Orsini ad Olimpia
Aldobrandini che lo ampliò nel 1605, fu infine venduto ai Patrizi, la cui
ultima discendente sposò Giovanni Chigi Montoro, che acquisì anche il cognome
dei Patrizi. La figlia Porzia sposò il marchese Tommaso Naro, i cui
discendenti, Patrizi Naro Montoro, sono gli attuali proprietari dell’edificio.
Belli i particolari della facciata, soprattutto le finestre al primo piano con
timpano triangolare e centinato alternato, sovrastate da festoni di frutta e
nastri, mentre quelle del secondo sono architravate e quelle del terzo
riquadrate. Prendo la via che costeggia quest’ultimo palazzo, via Giustiniani e
passeggiando lentamente la percorro fino alla fine, osservando sempre con molta
attenzione ogni particolare, ogni dettaglio, come quel castello sull'architrave
di due finestre inferriate, sull'ultimo palazzo a destra prima di arrivare in
piazza della Rotonda.
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Via Giustiniani - Particolare su una finestra e Piazza della Rotonda |
La piazza del Pantheon appartiene al rione Sant'Eustachio
solo per la parte fino alla fontana compresa, mentre il monumento vero e
proprio appartiene al rione Pigna, avremo quindi modo di parlarne nel prossimo
itinerario e in questo caso svolto, quindi, subito a sinistra, imboccando via
della Rosetta. Alla fine, arrivo in piazza della Maddalena, confine con il rione Colonna e svolto a sinistra in via del Pozzo delle Cornacchie per
arrivare in Piazza Rondanini. La piazza prende il nome dal palazzo che
il cardinale inglese Thomas Wolsey fece costruire nel primo Cinquecento, ma non
riuscì mai ad abitarvi morendo prima, in Inghilterra. Uno dei primi proprietari
fu Tiberio Crispo, altro cardinale, molto vicino ai Farnese, per essere figlio
della donna che, dopo la morte del marito e padre di Tiberio, divenne la
concubina di papa Paolo III. Fu lui a commissionare i meravigliosi affreschi,
che tutt'ora decorano la sala grande del palazzo e rappresentano scene di vita
di Paolo III e della famiglia Farnese. Purtroppo, non ho potuto vederli,
essendo privati, ma mi ritengo fortunata per essere stata invitata, mentre
curiosavo dal portone, da una signora che stava entrando e mi ha permesso di
salire fino al primo piano a vedere gli affreschi, anche se questi un po’
rovinati, del soffitto, dai quali si vede perfettamente lo stemma dei Farnese.
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Piazza Rondanini - Il Palazzo (quello a sinistra) e il particolare del soffitto affrescato |
Il palazzo ebbe poi vari proprietari dai Boncompagni agli Aldobrandini. La cosa
però, secondo me, straordinaria, perché amo questo tipo di strutture, si trova
nel palazzo di fronte, Palazzo Mazzetti di Pietralata, dove una parete
nel cortile interno è costituita da un possente muro semicircolare appartenente
alle Terme Neroniane, di cui ad inizio itinerario abbiamo già
ammirato le due colonne superstiti.
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Interno cortile Palazzo Mazzetti di Pietralata con la parete appartenente alle Terme Neroniane |
Una targa sul muro testimonia
l’appartenenza del muro alle terme, sottolineando che i vani delle porte e
finestre sono, invece, moderni.
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Targa sul muro delle Terme Neronian |
Dalla piazza inizio una lenta passeggiata in
questa parte del rione che è di un fascino unico. Proseguendo in via del Pozzo
delle Cornacchie, attraversando Largo Giuseppe Toniolo, mi trovo all'incrocio
con la Piazza di San Luigi dei Francesi e l’inizio di via della Scrofa,
direzione che prendo, svoltando a destra. Di fronte si apre il maestoso Palazzo
del Collegio Germanico Ungarico, così chiamato dall'unione fra il Collegio
Germanico, fondato nel 1552 da S. Ignazio di Loyola e quello Ungarico, fondato
nel 1580 da papa Gregorio XIII. Il complesso, successivamente, venne demolito e
ricostruito e collegato tramite un arco al palazzo dell’Apollinare. Dopo lo
scioglimento della Compagnia di Gesù, divenne sede del Vicariato. Ora è sede
della Casa Internazionale del Clero e del Pontificio Istituto di Musica Sacra.
La mia irrefrenabile curiosità mi spinge ad attraversare il bellissimo portale
e affacciarmi al cortile dove è situata una meravigliosa fontana ad edicola del
tardo ‘600, composta da una grande vasca in marmo, nella quale ricade l’acqua
che due tritoni versano attraverso due buccine.
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Fontana cortile interno Palazzo del Collegio Germanico Ungarico |
Gli stessi sostengono una tazza
semicircolare in cui versa acqua, invece, un drago ad ali spiegate, emblema di
papa Gregorio XIII. Fa da sfondo alla fontana, di stile berniniano, un
meraviglioso paesaggio affrescato, con piante, alberi e cielo azzurro.
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Particolare fontana nel cortile del Palazzo del Collegio Germanico Ungarico |
Subito
dopo svolto di nuovo a destra, imboccando via delle Coppelle, dal nome dei
venditori di quei contenitori di legno, chiamati per l’appunto “coppelle”,
dalla capacità di circa 5 litri, che venivano utilizzati per vendere l’acqua
acetosa, vino o aceto. Qui non si può non notare il meraviglioso portale al
numero civico 35. È Palazzo Baldassini, una delle prime opere di
architettura civile eseguite a Roma da Antonio da Sangallo il Giovane e
considerato un gioiello del primo Cinquecento.
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Portale Palazzo Baldassini |
Anche qui posso accedere al
cortiletto interno, delizioso, con un portico a tre arcate sormontato da una
bella loggia con balconata. Fra i due piani corre un fregio dorico di
imitazione classica; fra le tante figure di oggetti liturgici alternati allo
stemma dei Baldassini, c’è anche quella di un elefante.
È il famoso Annone,
l’elefante che il re del Portogallo regalò a papa Leone X nel 1513, che divenne
una grande celebrità fra il popolo romano, che andava continuamente a visitarlo
in Vaticano. Purtroppo, l’elefante mal sopportò il clima umido della città e solo
dopo tre anni morì con grande dispiacere di tutti. Sembra che fu addirittura
sepolto in Vaticano. Oggi il palazzo è sede dell’Istituto Luigi Sturzo.
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Palazzo Baldassini - La loggia e il particolare del fregio con l'elefante Annone |
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Palazzo Baldassini - Cortile interno |
Continuo la mia passeggiata, sempre molto attenta ai particolari, come quel bel
portale ad arco a tutto sesto del civico 16, risalente al Cinquecento e
sormontato dalla scritta “COSMUS CASTANEUS” e scopro che qui abitò, quando era
cardinale, Giovanni Battista Castagna, che divenne papa con il nome di Urbano
VII, ma il suo pontificato durò solo 12 giorni dal 15 al 27 novembre del 1590,
perché tre giorni dopo essere stato eletto, si ammalò di malaria che lo portò
alla morte. Arrivo in piazza delle Coppelle, articolata in modo strano, una
specie di U stilizzata, che circonda la chiesetta medievale di San Salvatore
delle Coppelle, con un lato, che sembra più una via che una piazza, a costeggiare
la parete laterale della chiesa e due slarghi: uno di fronte all'entrata della
chiesa
e l’altro, quello più suggestivo, nella parte retrostante, dove si
svolge da anni un piccolo mercato ortofrutticolo, che dà alla zona
quell'aspetto di “Roma sparita” ormai così raro da trovare in città.
Circa
l’origine della Chiesa, la leggenda vuole che sia stata costruita sulla casa di
S. Abbasia, una nobildonna romana e la sua prima edificazione risale,
probabilmente alla fine del XI secolo, epoca della quale rimane solo il piccolo
campanile romanico. Fu ricostruita, nel 1750, in occasione dell’Anno Santo, su
progetto di Carlo De Dominicis. Particolari curiosi sono le due lapidi che vediamo
poste sulla parete laterale della chiesa. La prima e più recente, datata 1750,
è una specie di buca delle lettere, dove gli albergatori erano tenuti a denunciare,
tempestivamente, eventuali malattie
contratte dai loro ospiti, durante il periodo di soggiorno, forse per evitare
epidemie, ma anche “per visitare gli infermi nelle camere locande, nelle
osterie e negli alberghi, ove sogliono capitar forestieri di ogni nazione, per
dare ad essi tutti gli aiuti necessari tanto rispetto al corpo che all'anima, e
per prendere cura delle robbe loro in caso che fossero passati a miglior
vita" e veniva punito severamente chi non rispettava tale
disposizione. La seconda, invece, datata 1195, rappresenta la più antica
iscrizione pubblica a Roma in lingua volgare e recita: “Chi(es)a del S.mo
Salvatore della Pietra al(it)er delle cuppelle 1195”.
Dalla piazza prendo via
degli Spagnoli, altra viuzza caratteristica di questo rione, che forma un
angolo retto e proprio al vertice di questo angolo si trova un ristorante, con
una tettoia naturale di edera che crea un ambiente molto suggestivo. Arrivo in
via della Stelletta, mi guardo un po’ intorno e noto sul palazzo che fa angolo
con la via appena percorsa, due strane finestre, sembrerebbero rinascimentali,
che nulla hanno a che vedere con il resto della facciata, ma non riesco ad
avere notizie.
Torno leggermente indietro, sempre su via della Stelletta,
arrivando nuovamente in via della Scrofa. Prima di attraversarla e andare verso
via dei Portoghesi, giro a sinistra, per andare a fare una foto a colei che, in
realtà, non dà il nome alla strada, pur essendo l’animale omonimo.
In realtà il
nome deriva, come spesso accade, dall'insegna di una locanda esistente fin dal
Quattrocento, come risulta da alcuni documenti del 1445, che attestano che
questa zona già da allora era denominata “la Scrofa”. Il soggetto della mia
foto, invece, è molto probabilmente un frammento di un antico bassorilievo
marmoreo, che qui venne murato e trasformato in fontanella per volere di papa
Gregorio XIII, almeno un secolo dopo! Dopo l’Unità d’Italia, l’edificio divenne
il Ministero della Marina del Regno d’Italia e per questioni di traffico, la
fontanella fu spostata all'angolo con via dei Portoghesi, mentre la scrofa
rimase là, sulla parete, con una targa sottostante, a spiegare la sua presenza
in quel luogo. Fatta la mia foto mi
dirigo proprio in via dei Portoghesi e fotografo, ovviamente, anche la fontanella
rimasta orfana della sua decorazione. Sono praticamente sul confine di ben tre
rioni: alla mia destra è Campo Marzio, di fronte sempre sul lato
destro è Ponte, che comprende la Torre della Scimmia, (già
descritta durante la passeggiata in quel rione) e tutto il lato destro di via
dei Pianellari, che vado a percorrere, concentrandomi però sul suo lato sinistro,
che è quello appartenente a Sant'Eustachio, lato dove, dopo poco, trovo piazza
Sant’Agostino, piccolo slargo dominato dalla meravigliosa basilica omonima.
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Chiesa di San Salvatore delle Coppelle e campanile romanico |
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Piazza delle Coppelle |
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Le due lapidi sulla parete laterale della Chiesa di San Salvatore alle Coppelle |
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Via della Stelletta - Le "strane" finestre sul palazzo |
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Bassorilievo della Scrofa e la sua fontanella spostata all'angolo di via dei Portoghesi |
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Chiesa di Sant'Agostino - La facciata |
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Chiesa di Sant'Agostino - Interno |
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La Madonna del Parto |
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La Cappella Cavalletti con quadro di Caravaggio noto come "La Madonna dei Pellegrini" |
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Cappella Pio del Bernini e Cappella di Santa Chiara con pala d'altare di Sebastiano Conca |
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Altare maggiore |
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Altare e Soffitto della Cappella di San Nicola da Tolentino |
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Cappella di Santa Monica e Sarcofago |
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La Cappella di Sant'Agostino e la Cappella di San Tommaso da Villanova |
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Cappella del Crocefisso e Cappella di Santa Rita |
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Affresco di Raffaello raffigurante il Profeta Isaia |
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Gruppo scultoreo di Andrea Sansovino e veduta intera del pilastro con affresco e scultura |
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Il salone Vanvitelliano della Biblioteca Angelica |
È considerata una delle primissime
biblioteche “pubbliche”, cioè un’istituzione creata con l’intento di fornire
accesso ai libri ad una comunità di lettori quanto più ampia possibile, cosa
che, considerando il periodo, 1604, era cosa assolutamente all'avanguardia. Il
salone Vanvitelliano, luogo di lettura contiene 100 mila volumi degli oltre
200 mila presenti all'interno della struttura. Dalla piazzetta mi dirigo verso
Corso Rinascimento, che percorro fino ad arrivare di fronte alla maestosa
facciata di Palazzo Madama.
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Palazzo Madama |
La storia del palazzo è legata alla famiglia de’ Medici.
Il cardinale Giovanni de’ Medici, prese in affitto il palazzetto costruito
verso la fine del Quattrocento dal vescovo di Chiusi. Nei primi del
Cinquecento, il cardinale acquistò a rate l’edificio, ma si indebitò a tal
punto che fu poi costretto a venderlo alla cognata Alfonsini Orsini, vedova di
Piero de’ Medici, la quale, dopo averlo fatto ristrutturare ed ingrandire, alla
sua morte, alcuni anni dopo, lo lasciò in eredità a quel cognato che glielo
aveva venduto e che nel frattempo era divenuto papa con il nome di Leone
X. Questi, a sua volta, lo lasciò in
eredità al cugino Giulio, anche lui diventato papa con il nome di Clemente VII.
Il nome lo deve a Madama Margarita, figlia naturale di Carlo V, la quale,
appena undicenne, venne a Roma per rendere omaggio al papa, prima di diventare
la sposa del duca Alessandro de’ Medici (pronipote o, per alcuni, figlio del
papa). Dopo pochi anni, rimasta vedova, tornò nel palazzo come usufruttuaria,
sposa, stavolta, di Ottavio Farnese, nipote di Paolo III e in breve si
conquistò la simpatia e l’affetto del popolo che iniziò a chiamarla “Madama”. Non
vi sarà sfuggita di certo quella pelle di leone sopra il portone del Palazzo.
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Particolare della pelle di leone scolpita sul portale di Palazzo Madama |
Non è solo un ornamento, come non lo sono tutte le altre decorazioni che si
trovano sulla facciata. Raccontano la storia della genealogia della famiglia
Medici, che si vantava di discendere proprio dal mitico Ercole. Si racconta che
l’eroe fu per tre anni schiavo della regina Onfale, in Lidia e che avesse con
lei generato cinque figli, tra cui Tirreno, da cui sarebbe poi nata la stirpe
dei Medici. Vediamo allora il leone, simbolo di Ercole, nella citata pelle
sopra il portone, poi lo troviamo, ancora, mansueto, come compagno di giochi
dei puttini, tra le finestre in alto. Infine, ai lati delle finestre del primo
piano, in modo alternato, ci sono una figura di uomo con la pelle di leone e
una figura di donna con le lunghe trecce: sono proprio Ercole e la regina
Onfale.
Nel corso degli anni, prima di divenire sede del Senato, vi furono
installati, fra l'altro, gli uffici del tribunale e la sede della polizia. Da
tale ultima destinazione del palazzo, trae origine il termine dialettale
"La madama", talvolta usato a Roma, ancora oggi, per definire le
forze dell'ordine. Qualche passo ancora e giro nella via degli Stadeari, per
ammirare la graziosa fontanella “dei libri” che fa parte della serie di
fontanelle rionali commissionate all'architetto Pietro Lombardi nel 1927 dal
Comune di Roma. Ognuna di esse ripropone alcuni simboli di antichi rioni o di
mestieri. In questo caso la fontanella con i quattro libri antichi, disposti
due per lato, simboleggia l’antica presenza dell’Università la Sapienza, che
qui fu istituita.
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Palazzo Madama - particolare delle decorazioni dell'ultimo piano |
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Fontanella rionale "dei Libri" di Pietro Lombardi |
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La Fontana di Piazza Sant'Eustachio |
Dal portale entro nel magnifico cortile porticato: due ordini di nove arcate più due architravate sui lati lunghi, cinque arcate sul lato breve alle mie spalle e cinque arcate anche nell'altro lato breve, che si presenta concavo, ma chiuse con finestre e nell'arcata centrale l’ingresso della chiesa. La primitiva cappella voluta da Leone X fu demolita da Gregorio XIII e si utilizzò come chiesa la vicina S. Giacomo degli Spagnoli. Alla fine del Cinquecento, però fu fatta richiesta di ripristinare una cappella e finalmente il collegio degli avvocati concistoriali si prese l’impegno di fare edificare una nuova cappella all'interno dell’archiginnasio, dando l’incarico a Francesco Borromini che la iniziò nel 1642, sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini e la portò a termine nel 1660 sotto Alessandro VII Chigi.
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Cortile dell'antica Università La Sapienza (oggi Archivio di Stato) e la meravigliosa chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza (foto Carlo Pezzi) |
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Interno cupola di Sant'Ivo alla Sapienza (foto Fabiana Ciarlantini) |
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