La fontana delle Api si trova all'inizio
di via Veneto, all'angolo tra la strada e piazza Barberini. È un rifacimento
dell’originale fatto da Bernini e la sua storia è piuttosto curiosa. La realizzazione
della fontana, come si è detto, fu affidata nel Seicento a Bernini. Si trattava
dell’abbeveratoio per i cavalli, una vasca bassa che veniva sempre costruita in
prossimità delle fontane monumentali, la sua collocazione originaria era, infatti, sull'angolo di palazzo Soderini, tra piazza Barberini e via Sistina, vicino alla Fontana del
Tritone. Bernini progettò l’abbeveratoio con grande stile:
era formato da due valve di conchiglia ornate da tre api (le api sono il simbolo
della famiglia Barberini), da cui veniva fatta uscire l’acqua. La valva inferiore,
bassa a livello della strada, conteneva l’acqua, mentre quella aperta, in
verticale, avevo inciso la scritta in onore del pontefice Urbano VIII. Proprio questa
scritta fu causa di interminabili critiche, maldicenze e pasquinate. Era il
ventunesimo anno di pontificato, ma dato che mancavano appena due mesi al compiersi
del ventiduesimo, Bernini pensò di fare un gesto gradito al papa mettendo sulla
scritta, come data, l’anno XXII del suo papato. Le critiche a questa scelta
arrivarono puntuali. Ci si mise di mezzo anche la scaramanzia che rendeva
inappropriato nominare quel ventiduesimo anno non ancora compiuto. Il fatto
assunse tale importanza, che il cardinale Barberini mandò, nottetempo, uno
scalpellino a modificare la scritta XXII in XXI. A quel punto però si
scatenarono altre critiche: rimettendo la data del ventunesimo anno sembrava
che si volesse augurare al papa di non arrivare al quel famoso ventiduesimo! …ed
effettivamente fu proprio così. Perché Urbano VIII morì otto giorni prima del
compimento del famoso ventiduesimo anno di pontificato!
La minestra di paste e patate è un un classico della cucina romana le cui origini provengono dalla tradizione popolare. Piatto povero, ma ricco di gusto, sostanzioso e profumato. Tipico delle popolazioni rurali, nella tradizione romanesca viene arricchito aggiungendo il guanciale al soffritto.
E' quello che ci vuole per scaldarsi nelle fredde sere d'inverno.
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Ingredienti
250 gr. Cannolicchi
400 gr. Patate viterbesi
100 gr. Guanciale
Carota
Sedano
Cipolla
Prezzemolo
Salvia
Pomodori freschi (o passata)
Pecorino romano grattugiato
Sale
Pepe
Tritate il guanciale insieme a tutti gli odori e soffriggetelo
in un tegame capiente. Aggiungete le patate tagliate a cubetti, pomodoro, sale
e pepe. Allungate con acqua calda (o brodo vegetale) fino a coprire
abbondantemente. Fate cuocere una ventina di minuti (aggiungendo acqua calda se
serve). Cuocete a parte i cannolicchi in acqua salata, scolateli al dente e
metteteli nel tegame con le patate. (io li ho cotti direttamente nel tegame e prima di aggiungerli ho schiacciato con una forchetta un po' le patate, perché a noi piace più "cremosa" che liquida).
Fate insaporire ancora qualche minuto e servite con un filo d’olio a crudo e tanto pecorino grattugiato.
(La Romanesca: cucina popolare e tradizione romana)
Fate insaporire ancora qualche minuto e servite con un filo d’olio a crudo e tanto pecorino grattugiato.
(La Romanesca: cucina popolare e tradizione romana)
C’è un luogo suggestivo e unico
all’Eur che nonostante tutto è ancora poco conosciuto a causa, forse, della sua
particolare posizione lontano dai tradizionali itinerari turistici. È il Museo
Nazionale dell’Alto Medioevo, istituito nel 1967 nel Palazzo delle Scienze e
interamente dedicato al periodo dei cosiddetti “secoli bui”. Che poi, col buio,
qui si ha davvero poco a che fare, vista la ricchezza e preziosità dei numerosi
reperti esposti.
Tra tutti risplende, nel vero senso della parola, l’Opus
Sectile di Porta Marina, l’opulenta decorazione a intarsi di marmi colorati
(opus sectile appunto) che ornava la sala di rappresentanza di una domus
monumentale fuori Porta Marina ad Ostia. In pochi sanno che si tratta
dell’esempio più completo al mondo, quasi totalmente recuperato durante gli
scavi degli anni Sessanta. C’è poi da dire che il suo allestimento nel Museo è
assolutamente spettacolare: la grande sala, infatti, è stata interamente
ricostruita e suscita nel visitatore una rara emozione estetica. L’impressione
è quella di ritrovarsi in una lussuosa abitazione della Roma del IV secolo e il
bello, si fa per dire, è che i proprietari della ricca dimora non riuscirono
mai a vedere questa meraviglia: l’edificio, infatti, crollò in fase di
costruzione. Le pareti dell’aula si ripiegarono su sé stesse in un giorno
imprecisato tra il 394 e il 400 circa e, da allora, tutto quello che vi era al
suo interno rimase sepolto per secoli, non vi furono saccheggi né vi si costruì
nulla sopra.
Durante le delicate operazioni di scavo, non si rinvennero ossa,
segno che al momento del cedimento o era notte o gli operai fecero in tempo ad
uscire, lasciando però a terra i materiali da cantiere fra cui le formelle del
pavimento già predisposte ma non ancora messe in opera. Si è potuti giungere
alla scenografica ricostruzione, grazie allo studio accurato dei blocchi murari
crollati che in molti casi conservavano ancora attaccati ampi tratti del
sontuoso rivestimento. Questi servirono da base per ricomporre il disegno delle
parti perdute, una specie di “cartone” su cui collocare le infinite lastrine
colorate ritrovate dagli archeologi. Da questo puzzle prodigioso sono, quindi,
venuti fuori 190 pannelli intarsiati che si estendono per 146 metri quadrati
tra pareti e pavimento. Vi sono riprodotte specchiature geometriche con motivi
a stelle, ottagoni e cerchi combinati con grande eleganza; fregi floreali e
gruppi di animali in lotta: leoni sulla parete destra e tigri sulla sinistra.
Oltre alla complessità dell’ornato, quello che colpisce è anche la preziosità e
varietà dei marmi impiegati, giallo antico, serpentino, porfido rosso e
pavonazzetto. E come per la maggior parte dei tesori, anche per l’opus sectile
di Porta Marina vi è un lato misterioso. Durante l’incredibile lavoro di
assemblaggio, infatti, sono emersi con sorpresa due enigmatici busti virili: un
giovane aristocratico con la tunica bordata di porpora e un adulto dallo
sguardo penetrante, barba, capelli lunghi e nimbo (disco luminoso) intorno al
capo: Cristo, un filosofo accompagnato dal suo allievo o due personaggi
autorevoli della cultura antica? ad altri l’ardua sentenza.
(I tesori nascosti di Roma – Gabriella
Serio)
Un posto d’onore, tra i personaggi
tipici della vecchia Roma, spetta certamente al cantastorie Pietro Capanna,
conosciuto da tutti come Er Sor Capanna: uomo paffuto con grandi occhiali,
spessi come fondi di bottiglia. Nasce tra il popolo più verace e i vicoli polverosi
di Trastevere. Il padre era un “pastarellaro” di via del Moro e la mamma
lavorava presso la manifattura dei tabacchi di piazza Mastai. Pietro faceva il
macellaio, ma a causa di una grave congiuntivite perse quasi del tutto la vista
e dovette smettere di lavorare al mercato. Non si perse d’animo e in poco tempo
diede sfogo all'arte di arrangiarsi, inventando dal nulla quello che diventerà
uno dei personaggi più noti di Roma: il cantastorie Sor Capanna. Girava le
strade della città cantando e improvvisando brevi strofe e stornelli, con una
sagacia e un sarcasmo formidabili. Spargeva allegria tra i vicoli, sempre con la
battuta e la risata pronta, anche quando la vita gli remava contro. Il giorno
che morì la figlia più piccola, Lucietta, dovette continuare a lavorare per
racimolare qualche soldo per il funerale. Si racconta che prese la chitarra e
prima di iniziare, con un allegro stornello, disse: “Cor core che me piagne,
me tocca a fa’ ride la ggente, pe’ faje lo straporto”. Ebbe il suo momento
di gloria quando Ettore Petrolini lo presentò sul palco della Sala Umberto, dichiarando apertamente la stima che nutriva nei suoi confronti. In questo modo
guadagnò tantissima notorietà e anche qualche soldo, ma continuò ad essere cantastorie
da strada. Mori giovane, a cinquantasei anni, ma lasciò una forte impronta,
capace di influenzare molti artisti, poeti e cantanti che seguirono il suo
esempio fino ad oggi.
(Claudio Colaiacomo - I love Roma)
“Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi padre è democratico cristiano, e, siccome è impiegato
ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch’er più anziano,
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano.
Prima de cena liticamo spesso
Pe via de sti principi benedetti:
chi vò qua, chi vò là…
pare un congresso!
Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma”
(La Politica – Trilussa)
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Sotto lo Stato Pontificio era obbligatorio rispettare ogni
vigilia e ogni venerdì mangiando “di magro”. Il piatto tipico popolare era
costituito dagli spaghetti con
il tonno, che veniva comprato “a peso” dai grossi barattoli del “pizzicarolo”. Tradizione che ancora continua in molte case romane.
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Ingredienti
400 gr spaghetti
2 spicchi d’aglio
3 acciughe diliscate e dissalate
400 gr pomodori pelati
200 gr tonno in scatola
Olio extravergine
Sale
Peperoncino
prezzemolo
Sbucciate l’aglio e mettetelo in una padella con olio e
peperoncino.
Appena rosolato toglietelo e aggiungete le alici,
schiacciandole con un cucchiaio di legno per farle sciogliere.
Aggiungete i pomodori pelati, o la passata, salate (poco,
considerando che già le alici sono saporite) e continuate la cottura per 10/15
minuti.
Aggiungete il tonno sbriciolato e lasciate insaporire per altri
5 minuti.
Scolate gli spaghetti molto al dente, versateli nella
padella con il sugo, mantecate bene e serviteli con abbondante spolverata di
prezzemolo tritato.
(La Romanesca:cucina popolare e tradizione romana)
(La Romanesca:cucina popolare e tradizione romana)










