Roma è bagnata dalle acque del
Tevere e da quelle dell'Aniene, pochissimi sanno che esiste un terzo fiume.
Immaginiamo che l’appellativo di secondo o terzo corso d’acqua di Roma susciti
imbarazzo. Forse è proprio per questo senso d’inadeguatezza che l'Aniene fa il
timido, nascosto tra la vegetazione, le strade di periferia e i profondi fossi
scavati nel tempo. Se l'Aniene si vergogna, figuriamoci l’altro! Non solo si
confonde tra la vegetazione, ma appena giunto nelle zone centrali della città,
gioca a nascondino, gettandosi letteralmente sotto la terra. È l'Almone, fiume
sacro per gli antichi romani, quasi del tutto sconosciuto a quelli moderni. Per
vederlo, dovete recarvi a Via dell'Almone, all'altezza del civico 105. In questo
punto la strada lo scavalca, non aspettatevi ponti antichi e neppure moderni. L'Almone
è piccolo e s’intrufola agevolmente sotto la strada, senza spettacolari arcate
come avviene invece per il Tevere o l'Aniene. Per vederlo da vicino e toccare
le sue acque, dovete entrare nel parco della Caffarella, dove si distende tra
campi erbosi e può essere ammirato nella sua scorrevole naturalezza. Poco prima
di scomparire, per sempre, nelle viscere della terra, riceve come affluente l’acqua
della sorgente Egeria, detta “santa”. Per l'Almone rappresenta una sorta di
estrema unzione. Quello che lo aspetta a pochi metri, infatti, è un girone
infernale verso la morte. Giunto presso la via Appia Antica, all'altezza del
ristorante Quo Vadis, entra in una caverna sotterranea che lo accompagna attraverso
il quartiere Ostiense. Superata via Cristoforo Colombo, le sue acque entrano in
condotti moderni raggiunte da scarichi fognari. Il sacro fiume a questo punto è
così inquinato che le sue acque non sono più degne di mischiarsi con quelle del
Tevere. Finisce in un collettore di scarico e muore in un depuratore della
Magliana. Ecco la triste storia del terzo fiume di Roma.
Non si tratta di una galleria d’arte,
ma di un’opera architettonica decorata ad arte, da ammirare come fosse un museo,
passeggiando per le strade del centro storico. C’era un tempo, in passato, in
cui esistevano eleganti circoli letterari dove ci si riuniva per “far cultura”
e a Roma, di solito, erano i salotti degli aristocratici ad ospitarli. Uno di
questi, nell'Ottocento, fu il Cenacolo Bizantino che col suo programma mirava
al disimpegno ideologico e al culto della bella forma. Gli associati si
riunivano intorno al principe Maffeo Sciarra, personaggio illustre nel mondo
politico e culturale della Roma neo-capitale. Il principe vuole trasformare il
palazzo di famiglia, per ospitarvi le redazioni dei giornali di cui è
proprietario: il quotidiano “La Tribuna” e la rivista “Cronaca Bizantina”, il
più celebre periodico dell’epoca, che vantava scritti inediti di autori famosi,
quali Carducci, De Amicis, Pascoli e D’Annunzio, che ne fu anche direttore.
Nel 1885, quindi, incarica l’architetto Giulio De Angelis di abbellire il cortile del suo palazzo, mentre le pitture vennero eseguite da Giuseppe Cellini, che omaggia il Liberty e la Belle Epoque, con richiami alla pittura etrusca e rinascimentale. La Galleria Sciarra è usata oggi come passaggio pedonale (aperto solo nei giorni lavorativi) tra via dell’Umiltà e via Minghetti, nei pressi della Fontana di Trevi.
Sono in pochi, però, quelli che lo conoscono e sarà la mancanza di indicazioni, ma difficilmente il luogo richiama visitatori, tanto meno i frettolosi passanti. Eppure, una volta al suo interno, non si può non rimanere incantati dalla ricca decorazione pittorica in stile liberty, che riveste interamente tutte e quattro le pareti, sovrastate in alto da un grande lucernario in ferro e vetro.
Il filo conduttore è la visione della donna, come angelo del focolare, ritratta nelle più svariate occupazioni che, all'epoca, erano ritenute le attività della “donna perfetta”: il giardinaggio, il pranzo domestico, la musica, la conversazione galante, l’esortazione alla carità, la toeletta (sia mai la donna si presenti sciatta), il matrimonio (la zitella vale meno) la cura dei figli, con tanto di citazione di Virgilio “Bimbo riconosci tua madre col sorriso”… Poi ci si domanda il perché delle sessantottine!
Nella fascia
superiore sono invece rappresentate le virtù considerate tipicamente femminili,
come la Pudicizia, la Sobrietà, la Forza, l’Umiltà, la Prudenza, la Pazienza,
la Bontà, la Fedeltà, la Misericordia … Stranamente
non c’è alcuna traccia della protagonista mondana, artefice di seduzione,
cantata proprio da d’Annunzio e la cosa non deve essergli di certo sfuggita. A
dirla tutta, secondo alcuni, si trattò di una decisa presa di posizione del
Cellini contro il Vale e la sua Femme fatale. E se fosse così è,
probabilmente, da leggere come una provocazione beffarda verso il poeta, quella
di ritrovarlo nell'unica scena di una certa frivolezza, la conversazione
galante, che si vede tra le composizioni della fascia inferiore.
In quest’affascinante galleria, interamente dedicata alla celebrazione del gentil sesso, non poteva poi mancare anche il richiamo a una Sciarra: per l’esattezza di tratta di Carolina Colonna Sciarra, madre di Maffeo, la cui sigla CCS compare su uno scudo accompagnato sui vani d’ingresso dallo stemma di famiglia con la sigla MS del principe mecenate.
(Gabriella Serio - I tesori nascosti di Roma)
(M. Silvia Di Battista - Roma curiosa: 40 luoghi da scoprire per le strade di Roma)
(Giulia Fiore Coltellacci - 356 giornate indimenticabili da vivere a Roma)
(Sabrina Ramacci - 1001 cose da vedere a Roma
almeno una volta nella vita)
La lunga quarantena subita, porta,
inevitabilmente, ad un’irresistibile voglia di passeggiate all'aperto, così
anche domenica, caricate in macchina le nostre biciclette, mio marito ed io, ci
siamo avviati verso uno dei tanti parchi cittadini. Bisogna riconoscere che Roma
ha una grande fortuna: nonostante la speculazione edilizia e la pressapochezza
di molte amministrazioni, che hanno permesso ai palazzinari di farne scempio, è
rimasta comunque una delle città più verdi d’Europa. Questo perché da sempre,
dagli Horti romani, alle grandi ville delle famiglie di papi e cardinali,
l’amore per il verde ha fatto sì che parchi e giardini fossero parte integrante
dell’architettura urbana. Molti di loro sono scrigni di tesori archeologici,
elementi che da preponderanti sono ora diventati ornamento, sfondi per foto e
passeggiate: dal Parco degli Acquedotti, con i resti delle arcate di ben 7
acquedotti, a Villa Gordiani, sulla Prenestina, dove sono i resti di quella
che, forse, un tempo era la dimora dei Gordiani, tanto per fare due esempi. Così,
vista la mia passione per la storia dell’arte e l’archeologia, abbiamo puntato
verso la Caffarella, parco strappato all'enorme degrado in cui versava, dalla
volontà dei comitati cittadini, che presenta un panorama eterogeneo, a tratti
aspro e selvatico, con collinette improvvise, ruscelletti, rovine (nobili e
meno nobili) provenienti da varie epoche, che qualificano questa grande valle,
come una tappa ideale, quando si è a caccia di scorci romantici della campagna
romana.
Va detto, innanzitutto che, viste le dimensioni, la percezione del luogo dipenderà moltissimo da quale ingresso si sceglie per entrarvi: se dal vicolo Sant'Urbano, lungo l’Appia Pignatelli o da via Latina, oppure, ancora, da via della Caffarelletta, accesso secondario, che però introduce al parco nella sua veste più “rustica”. Noi, in bicicletta, scegliamo l’entrata di via Latina e riusciamo a percorrere tutto il parco, pur con qualche difficoltà, dovuta proprio al suo aspetto “allo stato brado”: salite improvvise, sentieri scoscesi, bivi dove difficile è la scelta tra quale percorso imboccare.
Rustica, aspra e selvaggia, la campagna romana ha qualcosa di “rovinosamente” romantico che da sempre ha incantato viaggiatori e artisti. Niente a che vedere, per esempio, con le dolci colline toscane, eppure davanti al suo fascino sono capitolati pittori, incisori, poeti e scrittori. Ogni tanto, quando ci si trova in una posizione che consente una visuale più ampia, è bello fermarsi a constatare che la città si blocca sui confini della Caffarella. Roma si affaccia su questa valle antichissima, si specchia, ma rimane sulla soglia. Non è stato per nulla facile frenare gli appetiti di quanti, subito dopo la guerra, consideravano la valle soltanto una nuova terra di conquista per costruire case che alimentassero il boom economico. Molto merito va al Comitato cittadino che, con grande partecipazione e lotta per la difesa del proprio territorio, è riuscito a bloccare l’avanzata del quartier Appio Latino verso quest’oasi, aiutato anche da amministrazioni più decise di altre (o meno colluse con gli interessi dei costruttori), inchieste giornalistiche e autorevoli prese di posizioni (ricordiamo, fra tutti, alla fine degli anni Settanta, Giulio Carlo Argan, noto storico dell’arte, sindaco di Roma e Antonio Cederna, intellettuale e fondatore di Italia Nostra) che hanno permesso di mantenere la valle così sontuosamente selvaggia, in un processo di “disantropizzazione” che ancora, però, non vede la fine.
Neanche oggi, dopo quasi tre decenni di sensibilizzazione e recupero. Polemiche si aggiungono a polemiche, alcuni fra i monumenti racchiusi nella splendida natura del parco sono ancora mestamente recintati, negati da cartelli che segnalano una proprietà privata ai limiti della colpevolezza; altre zone, invece, tristemente lasciate all'abbandono risultano, di fatto, inaccessibili.
Ma ciò che di fruibile c’è (ed è tantissimo) nei duecento ettari di estensione della Caffarella, lascia comunque senza fiato, come entrare in un sogno che non ti aspetti o in un quadro di Van Wittel. Una visita a questo bellissimo tratto di verde urbano, forse unico vero scorcio di campagna romana rimasto, è consigliata anche agli appassionati di geologia, botanica e zoologia: sono tante le specie di uccelli, di mammiferi e di insetti che si possono incontrare nel parco e anche per chi ne capisce poco, è comunque un luogo splendido per insegnare ai “figli della città”, che così poche occasioni hanno di incontrare e conoscere la natura, qualcosa su piante e animali e far vivere loro una giornata da piccoli esploratori.
Ai piedi di uno sperone roccioso, ecco poi ciò che resta della cosiddetta fonte Egeria con accanto, su una dolce collinetta, il suo bosco sacro, riprodotto da tanti artisti del Grand Tour. A ben vedere la fonte, però, non è di Egeria e così neanche il bosco sacro. Si tratta di una falsa attribuzione, forse dovuta al fatto che la fonte si ricordava ubicata a un miglio circa dalle mura della città: confondendo le Mura Serviane con le Mura Aureliane, nacque probabilmente l’errata ubicazione. La sorgente era in realtà ubicata presso la Porta Capena (di fronte alle Terme di Caracalla, per capirci), dove la ninfa era onorata insieme alle altre Camanae, divinità capaci di cantare, come l’acqua che scroscia, le sorti degli uomini. Il luogo è però troppo suggestivo per non immaginare qui le visite del buon re Numa Pompilio alla ninfa che tanto lo amava. Eh sì, perché nel tempo in cui uomini e dèi ancora vivevano insieme, avveniva spesso che ninfe e dee si innamorassero dei mortali. Del vecchio e saggio Numa si invaghì Egeria, che fu sua consigliera e amante e che lo ispirò nella redazione delle leggi della città. Una leggenda racconta che quando Numa, ormai anziano, un giorno morì, dopo quarantatré anni di regno, la sua immortale compagna iniziò a piangere, un pianto inconsolabile, straziante, copioso. Diana, mossa a compassione da quelle inestinguibili lacrime, trasformò Egeria in una fonte, che per i Romani era quella di Porta Capena, per gli Aricini quella nei pressi del nemus di Diana. Così la ninfa si sciolse letteralmente in lacrime…L’acqua del ninfeo della Caffarella, però, in realtà non gorgoglia e, come dicevo all'inizio, non ha un vero legame con l’inconsolabile Egeria.
Sarebbe, invece, una costruzione legata a una grande e sfarzosa dimora: il Pago Triopio di Erode Attico. Anche in questo caso dovremo parlare di due sposi, ma con toni del tutto diversi. Erode Attico era un personaggio eminente della Roma del II secolo d. C. Uomo di lettere e filosofo, precettore di Lucio Vero e Marco Aurelio, ricchissimo per sorte e matrimonio. Sposò Annia Regilla, discendente dalla nobilissima famiglia dei Regoli (quelli del buon Attilio Regolo che preferì morire atrocemente in una botta chiodata, pur di non venir meno alla parola data). Il matrimonio aumentò il patrimonio di Attico e proprio la moglie gli portò in dote i possedimenti sull'Appia, dove costruì la splendida villa.
Il Ninfeo di Egeria era, in realtà, una grotta artificiale, un suggestivo rimedio contro il caldo, con cui Erode aveva reso più confortevole la sua villa, per affrontare le afose estati romane. Un tempo il Ninfeo era arricchito da marmi colorati, mosaici e una ricca vegetazione e l’acqua zampillava da un sistema di tubature sotterraneo creando suggestivi giochi. Nonostante l’aspetto “delabré”, ancora oggi la grotta mantiene il suo fascino leggendario.
Fu costruito in seguito alla morte della moglie, avvenuta in circostanze misteriose, per la quale fu fortemente sospettato Erode Attico, accusato principalmente dal cognato. Venne processato e assolto, anche se si vociferava che avesse corrotto i giudici. Così, in parte per renderle omaggio e in parte per allontanare da sé i sospetti di un suo coinvolgimento, si era abbandonato a manifestazioni di inconsolabile lutto: dipinse di nero le pareti della sua casa, offrì i gioielli della moglie agli dèi, costruì in memoria della sposa l'Odeion, che ancora oggi si può vedere ai piedi dell’acropoli di Atene;
costruì un cenotafio ancora ben conservato, il cosiddetto Tempio del dio Redicolo, (non ridicolo, badate bene, ma del redire, del ritornare) e il Ninfeo. Come ulteriore atto d’amore, fece costruire, proprio sopra lo sperone di roccia che domina il Ninfeo di Egeria, un tempio e lo consacrò a Cerere e a Faustina (la moglie di Antonino Pio che l’imperatore aveva divinizzato dopo la morte) infilandoci dentro anche la sua Annia Regilla, nel tentativo di affiancarla all'imperatrice, nell'Olimpo degli dèi, nonostante la divinizzazione fosse una prerogativa esclusiva della famiglia imperiale. Nell’Alto Medioevo, il tempio venne trasformato in chiesa e consacrato al culto di Sant'Urbano, martire durante le persecuzioni avvenute proprio sotto Marco Aurelio, allievo di Erode Attico. È proprio grazie a questa “conversione” che ha parzialmente conservato la sua struttura originale e non c’è niente di più affascinante dell’abbraccio tra epoche e stili diversi, quel matrimonio artistico tra pagano e cristiano a cui Roma ci ha abituato. La chiesetta di Sant'Urbano, ammirata dal fior fiore degli umanisti, si trova in un fondo privato, da quando nel 1962 una recinzione l’ha sottratta alla vista dei romani (anche dopo l’acquisto da parte del Comune nel 2002 e la sua trasformazione in chiesa rettoria della basilica di San Sebastiano nel 2005). Al momento è visitabile solo in occasione di visite organizzate. All'interno dell’edificio, nell'unica porzione parzialmente conservata dell’originale decorazione in stucco della volta, si distinguono due nobili figure, una maschile e una femminile, molto verosimilmente Erode Attico e Annia Regilla: un ulteriore tentativo dell’uomo di glorificare la compianta consorte. La facciata ha conservato l’aspetto del tempio, costruito in elegante laterizio, con le colonne, il timpano, l’architrave e un podio preceduto da alcuni gradini, oggi interrati.
Nonostante nei secoli abbia subito numerose spoliazioni e altrettanti restauri – il più importante risale al Seicento ad opera del cardinale Francesco Barberini – l’edificio è riuscito a custodire gelosamente al suo interno, come meglio ha potuto, l’altro elemento che lo rende unico: la presenza di uno dei più rari esempi di affreschi risalenti all’XI secolo. Il ciclo è prezioso in quanto segna il momento di transizione dalla rigida e ieratica pittura bizantina a uno stile più realistico, un primo importante passo verso quella rivoluzione definitiva che sarà operata da Giotto. Originariamente tutte le pareti erano ricoperte da pitture, ma il tempo ha risparmiato solo parte degli affreschi. Un’ultima presenza importante nel parco è il fiume che l’attraversa: l'Almone.
Oggi in realtà è un fiumiciattolo, ma quando era nel pieno del suo vigore era considerato dai romani una divinità, mentre per i romani moderni è quasi del tutto sconosciuto… ma questa è un’altra storia.
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Questo invece è un simpaticissimo spezzone dell'incontro tra Numa Pompilio e la ninfa Egeria, tratto da "I sette re di Roma", lo spettacolo teatrale, del 1989, di Luigi Magni, interpretato da Gigi Proietti, con musiche di Nicola Piovani.
(Ilaria Beltramme - 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita)
(Flavia Calisti - Alla scoperta dei segreti perduti di Roma)
(Giulia Fiore Coltellacci - I luoghi e le storie più strane di Roma)
(Giulia Fiore Coltellacci - 365 giornate indimenticabili da vivere a Roma)
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| Arrivo a Roma degli americani (foto da internet) |
... e finalmente, alle prime luci del 4 giugno '44, a Roma, arrivano gli alleati. Arrivano dopo quasi 22 anni da quella marcia che portò Mussolini, dal vagone-letto, direttamente al potere (28 ottobre '22).
Invece il governatore di Roma, generale Maeltezer si va a godere l'opera "Un ballo in maschera" con Beniamino Gigli, che nel finale canta "Diletta America". Finito lo spettacolo sale in macchina e scappa al Nord, senza nemmeno recarsi a Frascati, per salutare Kappler. Finalmente, dopo che alle 23.15 la radio alleata pronuncia la parola segreta "Elefante", la mattina di quella domenica 4 giugno 1944, nelle stesse ore in cui avveniva lo sbarco in Normandia, entra in Roma la V armata americana (sembra ci fosse anche il padre di Bill Clinton). Il suo generale si dirige subito verso S. Pietro, poi va in Campidoglio, guidato da un ragazzo che precede la Jeep in bicicletta. Quello che vede è una città sostanzialmente ancora integra nelle sue strutture (il comandante dell'aviazione americana Eaker, che aveva distrutto l'abbazia di Montecassino, aveva inserito Roma tra le città da non bombardare, "nel limite del possibile"), ma la popolazione era a pezzi. Clark sapeva che Churchill aveva vietato i rifornimenti di cibo dal mare, per evitare che i tedeschi si impadronissero dei carichi. La razione giornaliera di pane era ridotta a 100 grammi, che i più furbi integravano con la minestra del popolo fornita dal Vaticano. Si prenota al Banco di Santo Spirito, ma al momento della distrubuzione, le prenotazioni saltano sempre e avvengono zuffe bestiali, con cariche dei vigili metropolitani a cavalli, svenimenti e gente calpestata. La gente stringeva la cinghia, nel senso letterale del termine, ed era arrivata ormai all'ultimo buco, ribattezzato ironicamente Foro Mussolini.
Mi ha raccontato il mio amico Mario D.Z., allora undicenne, che le madri ogni mattina salutavano i figli dicendo: "Stai attento...e non tornare per pranzo". Clark vede gente terrorizzata dalla paura dei fascisti, ogni giorno più cattivi, e delle loro spie: famosa la Pantera Nera, Celeste Di Porto, collaborazionista ebrea, specializzata nel vendere i suoi correligionari e non solo, alla bella cifra di 5 mila lire. Ma i romani sono terrorizzati anche dai racconti di chi veniva dalla Ciociaria, che portava, oltre ai prodotti da vendere alla borsa nera, anche notizie di stupri terribili da parte dei "liberatori". Molte bambine trascorrono i primi giorni della liberazione chiuse nelle cantine, da dove erano appena usciti i loro fratelli disertori (solo il 10% dei romani rispose alla leva militare e del lavoro, contro il 40% delle altre zone in mano ai fascisti). Questo vide Clark e forse vide anche la faccia stupita di Mario Ruccione, autore di "Faccetta nera", quando alla Galleria Colonna, tra i soldati di ogni paese, compresi i 1600 carabinieri italiani del contingente R, passarono i fanti brasiliani, che a ritmo di samba, cantavano proprio il suo inno al fascismo.
Arrivano 14 mesi dopo il terribile bombardamento di S. Lorenzo, di cui ancora oggi ignoriamo il numero preciso delle vittime (quattromila?). Arrivano 11 mesi dopo la caduta del fascismo, quel 25 luglio che aveva fatto riversare la gente nelle piazze, con la certezza che ormai era finita e invece poco dopo i nazisti occupano Roma da padroni, come avevano già fatto a Parigi. E il peggio doveva ancora venire: la terribile notte del 16 ottobre, quando duemilanovantuno ebrei romani vengono trascinati nei campi di sterminio, dal quale tornarono in pochissimi.
Arrivano gli alleati, 5 mesi dopo che erano sbarcati ad Anzio, il 22 gennaio, quando sembrava che dovessero precipitarsi a Roma in pochi giorni; ma ci fu ancora il tempo perché i fascisti di "Roma o morte" potessero ammazzare, il 1 febbraio, lo studente universitario Massimo Gizzio, davanti al Liceo Dante: "morte per perforazione dell'intestino. Mezzo usato: arma da fuoco". E poi, il rastrellamento del Quadraro, la cosiddetta Operazione Balena, con centinaia di deportati e la ritorsione lucidamente folle dell'attentato di via Rasella del 24 marzo.
In una frenetica caccia all'uomo si portarono alle Fosse Ardeatine ebrei, militari, detenuti comuni, passanti, più altri 50 nominativi forniti a Kappler dal solerte questore Caruso, per raggiungere il numero di 330 da fucilare (più altri cinque perché non sapevano contare).
E ancora, il 3 aprile, la fucilazione da parte dei fascisti di Don Morosini, che resterà per sempre impresso nella nostra mente con la faccia di Aldo Fabrizi, di "Roma città aperta".
Arrivano gli americani, dopo che il loro comandante, generale Mark Clark, ha litigato furiosamente con il maresciallo inglese Alexander, fino al punto di affermare che avrebbe difeso con le armi "il suo diritto ad entrare per primo a Roma". Il diritto e l'onore di guidare il primo esercito che avrebbe "conquistato" Roma dal Sud. Arrivano gli alleati, dopo gli incontri segreti tra il comandante delle SS Wolfe e il Papa Pio XII, che ammonisce il 2 giugno, S. Eugenio, suo onomastico: "Chiunque osasse levare la mano contro Roma". Meglio tardi che mai! E il giorno dopo, i grandi alberghi di Via Veneto vedono partire precipitosamente gli alti ufficiali tedeschi e i loro compari (Caruso arriva carico di soldi e oro a Bracciano, dove si scontra con un'auto tedesca. All'ospedale di Viterbo viene riconosciuto dai partigiani e portato nel suo "regno", Regina Coeli). Sempre il 3 giugno da via Tasso vengono fatti uscire e caricati su due camion tutti i prigionieri.
Uno non parte per un guasto: resta lì, con il suo carico umano, l'altro arriva fino a La Storta e si scassa. Per scappare più velocemente i tedeschi fucilano sul posto 15 prigionieri, fra i quali Bruno Buozzi.
Tutti sanno che Roma è la sede
dello Stato più piccolo del mondo e molti ritengono che questo sia lo Stato della
città del Vaticano. In realtà, le cose non stanno proprio così perché lo Stato
più piccolo del mondo ha sede in un palazzo a metà strada di Via Condotti, per
l’esattezza nel cosiddetto Palazzo Magistrale (civico 68), dove il Sovrano
Militare Ordine di Malta ha il suo quartiere generale e presso il quale sono
garantiti i diritti di extraterritorialità dello Stato italiano.
Il fatto di possedere uno statuto particolare, infatti, fa di questa l’unica organizzazione privata ad essere trattata come un vero e proprio Paese, come un soggetto di diritto internazionale. Parliamo di un ordine molto antico, fondato nel 1113 con il nome di Cavalieri dell’Ordine dei Gerosolomitani di San Giovanni, o Ospedalieri, per la protezione e l’assistenza dei pellegrini in Terrasanta. Quando i Cavalieri dovettero abbandonare l’ultimo baluardo della cristianità in Terrasanta, nel 1310, riuscirono a impossessarsi dell’isola di Rodi, che fortificarono e tennero fino al 1523, anno in cui, dopo un’eroica difesa, essa pure cadde in mano di Solimano il Magnifico.
Per alcuni anni senza territorio, nel 1530 ottennero da Carlo V l’isola di Malta, con l’approvazione di papa Clemente VII. Vi rimasero fino al 1798, quando Napoleone, impegnato nella campagna d’Egitto, decise di occupare l’isola per il suo valore strategico. Nonostante il trattato di Amiens, del 1802, riaffermasse i suoi diritti sovrani, l’Ordine non poté mai più ritornare a Malta. Giunse a Roma nel 1834, stabilendovi le sue sedi che godono, appunto, di extraterritorialità: una è la splendida Villa Malta all'Aventino, dove risiede il Gran Priorato di Roma, l’ambasciata dell’Ordine presso la Santa Sede e quella presso lo Stato italiano;
l’altra, è il palazzo di via Condotti, lascito testamentario del famoso archeologo Antonio Bosio, residenza del Gran Maestro e luogo in cui si riuniscono gli organi di governo. Proprio così, organi di governo, perché questo minuscolo Stato dal sapore medievale, composto da dame e cavalieri, è articolato in varie figure giuridiche dettate dalla Carta Costituzionale. A capo dell’Ordine è il Principe Gran Maestro, eletto a vita dalla piccola schiera dei cavalieri professi, ossia coloro che hanno pronunciato i tre voti di castità, povertà e obbedienza. È un religioso a pieno titolo, assistito dai membri del Sovrano Consiglio, nominati a loro volta dall'assemblea dei rappresentanti, che si riunisce ogni cinque anni. Come ogni Stato che si rispetti, non poteva non avere una bandiera e, infatti, in base all'articolo 6 della Costituzione dell’Ordine, questa reca una croce bianca latina in campo rosso, mentre lo stemma riporta la stessa croce contornata da un rosario sullo sfondo di un manto principesco sostenuto da una corona.
Batte anche moneta, ma più che altro a scopi commemorativi e pure francobolli ed entrambi costituiscono oggetti ambitissimi dai collezionisti del settore. Pur non esercitando una sovranità territoriale, l’Ordine ha una sua popolazione di circa tredicimila persone, come dicevamo dame e cavalieri, tutte con passaporto e suddivise secondo tre ceti. In passato provenivano da famiglie cristiane, nobili e cavalleresche; oggi si devono distinguere per la loro indiscussa moralità e fede cristiana e per i meriti nei confronti della Chiesa e dell’Ordine stesso. La struttura si occupa, in primo luogo, dell’assistenza medica e degli aiuti umanitari, lavorando in oltre centodieci Paesi, dove gestisce ospedali, ambulatori, istituti per anziani e disabili, centri per malati di aids, lebbrosi e ovunque ci sia bisogno di intervento, in caso di calamità naturali e conflitti armati. Il finanziamento delle attività viene dai membri stessi e da donazioni private; quello degli ospedali e delle attività mediche dipende da ciascun Paese, ma è in genere garantito da convenzioni con il sistema sanitario e sociale nazionale. Sarà pure il più piccolo Stato esistente, ma ciò non gli impedisce di intrattenere rapporti diplomatici con novantatré Paesi del mondo e di essere osservatore permanente presso le Nazioni Unite, la Commissione dell’Unione Europea, la FAO e l’UNESCO. Se sbirciate nel cortile del palazzo in via Condotti noterete poi le macchine in sosta che recano sulla targa le lettere smom, le iniziali dell’Ordine, che ha un suo sistema proprio di immatricolazione dei veicoli.
Il fatto di possedere uno statuto particolare, infatti, fa di questa l’unica organizzazione privata ad essere trattata come un vero e proprio Paese, come un soggetto di diritto internazionale. Parliamo di un ordine molto antico, fondato nel 1113 con il nome di Cavalieri dell’Ordine dei Gerosolomitani di San Giovanni, o Ospedalieri, per la protezione e l’assistenza dei pellegrini in Terrasanta. Quando i Cavalieri dovettero abbandonare l’ultimo baluardo della cristianità in Terrasanta, nel 1310, riuscirono a impossessarsi dell’isola di Rodi, che fortificarono e tennero fino al 1523, anno in cui, dopo un’eroica difesa, essa pure cadde in mano di Solimano il Magnifico.
Per alcuni anni senza territorio, nel 1530 ottennero da Carlo V l’isola di Malta, con l’approvazione di papa Clemente VII. Vi rimasero fino al 1798, quando Napoleone, impegnato nella campagna d’Egitto, decise di occupare l’isola per il suo valore strategico. Nonostante il trattato di Amiens, del 1802, riaffermasse i suoi diritti sovrani, l’Ordine non poté mai più ritornare a Malta. Giunse a Roma nel 1834, stabilendovi le sue sedi che godono, appunto, di extraterritorialità: una è la splendida Villa Malta all'Aventino, dove risiede il Gran Priorato di Roma, l’ambasciata dell’Ordine presso la Santa Sede e quella presso lo Stato italiano;
l’altra, è il palazzo di via Condotti, lascito testamentario del famoso archeologo Antonio Bosio, residenza del Gran Maestro e luogo in cui si riuniscono gli organi di governo. Proprio così, organi di governo, perché questo minuscolo Stato dal sapore medievale, composto da dame e cavalieri, è articolato in varie figure giuridiche dettate dalla Carta Costituzionale. A capo dell’Ordine è il Principe Gran Maestro, eletto a vita dalla piccola schiera dei cavalieri professi, ossia coloro che hanno pronunciato i tre voti di castità, povertà e obbedienza. È un religioso a pieno titolo, assistito dai membri del Sovrano Consiglio, nominati a loro volta dall'assemblea dei rappresentanti, che si riunisce ogni cinque anni. Come ogni Stato che si rispetti, non poteva non avere una bandiera e, infatti, in base all'articolo 6 della Costituzione dell’Ordine, questa reca una croce bianca latina in campo rosso, mentre lo stemma riporta la stessa croce contornata da un rosario sullo sfondo di un manto principesco sostenuto da una corona.
Batte anche moneta, ma più che altro a scopi commemorativi e pure francobolli ed entrambi costituiscono oggetti ambitissimi dai collezionisti del settore. Pur non esercitando una sovranità territoriale, l’Ordine ha una sua popolazione di circa tredicimila persone, come dicevamo dame e cavalieri, tutte con passaporto e suddivise secondo tre ceti. In passato provenivano da famiglie cristiane, nobili e cavalleresche; oggi si devono distinguere per la loro indiscussa moralità e fede cristiana e per i meriti nei confronti della Chiesa e dell’Ordine stesso. La struttura si occupa, in primo luogo, dell’assistenza medica e degli aiuti umanitari, lavorando in oltre centodieci Paesi, dove gestisce ospedali, ambulatori, istituti per anziani e disabili, centri per malati di aids, lebbrosi e ovunque ci sia bisogno di intervento, in caso di calamità naturali e conflitti armati. Il finanziamento delle attività viene dai membri stessi e da donazioni private; quello degli ospedali e delle attività mediche dipende da ciascun Paese, ma è in genere garantito da convenzioni con il sistema sanitario e sociale nazionale. Sarà pure il più piccolo Stato esistente, ma ciò non gli impedisce di intrattenere rapporti diplomatici con novantatré Paesi del mondo e di essere osservatore permanente presso le Nazioni Unite, la Commissione dell’Unione Europea, la FAO e l’UNESCO. Se sbirciate nel cortile del palazzo in via Condotti noterete poi le macchine in sosta che recano sulla targa le lettere smom, le iniziali dell’Ordine, che ha un suo sistema proprio di immatricolazione dei veicoli.
(Gabriella Serio – Curiosità e
segreti di Roma)

































