Lo scorcio di Ponte Rotto, con l’unica arcata superstite che si erge alla fine delle rapide del Tevere subito dopo l’Isola Tiberina, scendendo verso valle, è uno dei più suggestivi e fotografati di Roma. Il profilo del ponte in rovina è diventato un must dei vedutisti da quando, nel 1598, una apocalittica alluvione si abbatté su Roma, mutilando per sempre il nobile manufatto,...
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Er
barcarolo va contro corente
E quanno
canta l’eco s’arisente
Si
è vero fiume che tu dai la pace
Fiume
affatato nun me la negà…
Sono versi
tratti da una delle più celebri canzooni romane di sempre, Er barcarolo romano,
pubblicata per la prima volta dal suo autore Romolo Balzani nel 1929. Questo canto
di spirito popolare esprime come meglio non si potrebbe l’anima scura, e anche
macabra, del Tevere, del fiume di Roma, che oltre a essere stato simbolo di
vita (ha nutrito la città fin dai suoi esordi, ne è stato la principale risorsa
anche strategica per molti secoli), è stato anche simbolo di morte.
Nelle sue acque, infatti, dai tempi dell’imperatore Massenzio, che la tradizione vuole annegato nei flutti insieme al suo cavallo, durante la battaglia di Ponte Milvio, hanno trovato la morte, volontaria o no, molti abitanti dell’Urbe. Non solo: già dall'antichità i ponti erano i luoghi preferiti dai romani per suicidarsi, come racconta Giovenale, nella sua sesta Satira, in cui, con il suo sferzante umorismo, dà suggerimento a un tale, Postumo, in procinto di sposarsi, di valutare l’ipotesi di gettarsi da Ponte Emilio, (oggi Ponte Rotto).
Del resto, già dai tempi più antichi le arcate dei ponti offrivano, esattamente come oggi rifugio ai diseredati e ai più poveri: la vicinanza con il fiume era insomma sintomo di miseria e spesso accadeva che proprio costoro scegliessero di darsi la morte nelle rapide del Tevere. Balzani, invece, molti secoli più tardi, insieme alla tragedia di una morte per amore, mise in scena con la sua canzone anche l’epopea dei “barcaroli” romani, che per le più diverse esigenze (trasporto di merci o di persone, pesca, turismo) furono protagonisti di una lunga storia legata al fiume.
Il suo nome è
uno dei più noti della musica popolare romana, divenuto famoso in tutta la
città quanto si impose come vincitore del Festival di San Giovanni, la festa
popolare che si teneva la sera del 24 giugno in ogni fraschetteria romana, con
grandi mangiate di lumache (per celebrare e al contempo esorcizzare il solstizio
d’estate, la Festa delle streghe). Era nato il 4 aprile 1892 in via de’ Chiodaroli
8, a Campo de’ Fiori, da un padre vetturino e una madre trasteverina. Romolo,
che aveva iniziato a cantare sin da bambino, per vivere faceva il muratore e il
Tevere, come per molti romani di allora, era la sua casa. ogni momento libero,
d’estate, si passava sulle rive a prendere il sole e a fare i bagni; d’inverno,
si utilizzava il fiume per gli spostamenti delle merci.
Tornato ferito dai
combattimenti della Grande Guerra, Romolo comincia a muovere i primi passi nel
Salone Margherita, dove già si esibivano Fregoli, Petrolini e Lina Cavalieri. Ma
il successo, fragoroso, arriva per Balzani nel 1926 con quella canzone, con la
quale vince sia il Festival di San Giovanni che la Sagra dell’Uva di Marino,
altra tribuna imprescindibile dello spettacolo nella Roma di quegli anni. Romolo,
con quel suo nome che più romano di così non si può, conquista tutti grazie
alla storia macabra, angosciosa di un barcarolo che cerca la sua fidanzata,
dopo la rottura, temendo di ritrovarla, come succede alla fine, morta annegata
nelle acque del fiume, per la disperazione d’amore. Balzani si era probabilmente
ispirato a uno dei numerosi casi di suicidio dei quali il Tevere era stato
teatro, non soltanto in quegli anni, ovviamente: era già capitato, come avevano
riferito le cronache, che donne profondamente deluse avessero deciso di lasciarsi
morire nelle acque del fiume.
Ma nel caso della genesi del Barcarolo romano, la
storia ha anche un’altra implicazione. Qualche anno fa, infatti girò la voce
che Balzani avrebbe rubato la storia a Umberto Lilli, detto Lillius, attore
comico di gran talento, il quale un giorno, seduto ai tavolini del caffè
Colonna, aveva canticchiato al suo amico Balzani quei versi, ispirati da una esperienza
indiretta, personale e che lui aveva trascritto su un foglietto. Che sia vero o
no, quel che è certo è che la canzone, con i suoi toni da giallo senza lieto
fine, portò a Balzani una enorme popolarità, diventando in poco tempo un vero e
proprio “inno romano”, cantato da allora da tutti i più grandi interpreti della
canzone romanesca.
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